venerdì 27 marzo 2009

Quanto ci si può fidare dei giornali in Sardegna?

Immagini sparse dagli ultimi mesi. Un giornalista di Videolina quasi si unisce in diretta al carosello dei festeggiamenti nella sede di Ugo Cappellacci («Cosa vuole dire a Renato Soru, presidente? Cosa gli diciamo, eh?»). Una sua collega - elegantissima, brillante, mai troppo imparziale - atterra in Consiglio regionale grazie al munifico listino del centrodestra.

Un altro collega della stessa tv, grande esperto di calcio, si ritrova - così sembra - capo ufficio stampa della Regione. L’Unione sarda dedica pagine e pagine a Berlusconi e alla sistematica distruzione di Renato Soru durante l’ultima campagna elettorale. Due interviste dell’Unione a Cappellacci subito dopo l’elezione e all’esordio in Consiglio regionale (interviste a Soru nei 5 anni precedenti: zero). La linea ondivaga della Nuova Sardegna prima e durante la campagna elettorale: un po’ di qua, un po’ di là, adesso che è iniziata la legislatura decisamente di qua con modi anche inappropriati (un fondo al vetriolo del notista politico sulla nuova giunta “venduto” come pezzo di cronaca). Il Sardegna che ondeggia a seconda di chi scrive, Altra Voce – il quotidiano on line di Giorgio Melis – ormai incasellato come house organ del leader di Sanluri (anzi, più soriano di Soru stesso).

Forse mischio pere e mele (giornalisti e informazione), ma il problema di fondo rimane: ci si può fidare dei media sardi e di quello che scrivono? Il dilemma non riguarda solo la politica: si pensi al recente caso di cronaca del giovane morto d’infarto nel parcheggio del Sant’Elia presentato con tutti gli stilemi dello scandalo a luci rosse o al dramma dell’Eurallumina messo oggi a pagina 2 e il giorno dopo a pagina 40 dall’Unione. O, andando indietro di un paio d’anni, alla bufala del vecchino ladro nel supermercato inesistente, lanciata dall’Unione e smascherata dal Sardegna.

I giornali sono buoni solo per involgere il pesce o leggere i necrologi? I telegiornali servono ormai solo a vedere i gol del Cagliari? Fare il giornalista ormai è solo un modo come un altro per farsi amici potenti e ambire di essere cooptati nella casta? Insomma, in Sardegna più che nel resto d’Italia, l’informazione – intesa come servizio al lettore e non strumento di difesa e promozione di interessi economici più o meno palesi – è morta?

(ho scritto questo breve sfogo per il blog collettivo Corona de Logu: visitatelo)

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sabato 7 marzo 2009

Il pisello del dottor Manhattan


Reduce dalla visione di "Watchmen", attesissima (almeno da me) trasposizione cinematografica del romanzo grafico di Alan Moore e Dave Gibbons. Non voglio fare una recensione, perchè è quanto di peggio possa fare un blogger. Ma visto il legame affettivo con l'opera originale e con gli altri lavori di Alan Moore (V for Vendetta su tutti), sento l'esigenza di scrivere qualche impressione.

Le prime parole che mi vengono in mente, dopo un lungo - e forse sproporzionato, visto che si parla di un film - ragionamento sono "pastrocchio postmoderno" e "esercizio di stile mimetico". Partiamo dal secondo punto, che ho voluto sintetizzare nel titolo di questo post.

Il film riprende in maniera quasi scimmiesca la cura maniacale dei dettagli della storia originale. Perchè scimmiesca? Perchè nell'opera di Moore ciascun particolare, ogni minima cosa, ha un senso nell'economia della narrazione e nel dipanarsi della trama. Watchmen libro è un'opera complicatissima, anche faticosa da leggere al primo approccio per la ricchezza di sottotesti, la complessità linguistica, la profondità di dialoghi e didascalie. Tutto al servizio, in estrema sintesi, di una chiave di lettura filosofica e di un ragionamento sull'assurdità narrativa del concetto di supereroe . Ma tutto questo insieme di cose é parte di un meccanismo narrativo ad orologeria: nel finale si capisce il posto e il senso di ogni minuscolo mattoncino disseminato nelle 400 pagine dell'opera.

Watchmen film prende questa ricchezza e la fa diventare semplice e lussureggiante sfoggio esteriore: una perfetta copia della Gioconda non potrà mai essere la Gioconda. I dettagli ci sono, gran parte degli avvenimenti della trama principale c'è, ci sono i personaggi e molte delle loro frasi: ma cosa manca? Manca un'anima, una visione "poetica" d'insieme che dia un significato a storia e personaggi: perchè Manhattan se ne va in giro col pipino di fuori? Pagina dopo pagina, nel libro diventa chiaro cosa sia diventato l'unico vero ultraumano della vicenda, nel film no e la sua nudità è quasi gratuita. Ma sono tante le cose che si giustificano solo come elementi messi là per dare al film una quasi totale aderenza all'opera originale senza che arricchiscano la narrazione, anzi appesantendola: una bellissima facciata che non corrisponde all'edificio retrostante.

Ecco dunque il pastrocchio postmoderno, la pietanza troppo pesante per essere digerita, il gioco del citazionismo e della costruzione della bella immagine che non comunica nulla, il film quasi incomprensibile per chi non abbia letto l'opera originale, tanto leccato nel suo look luccicante quanto povero di una rielaborazione originale dei contenuti. Fatte le debite e reverenziali proporzioni, è il discorso che faremmo se qualcuno - come sembra - si azzardasse a fare una versione filmata della "Divina Commedia" di Dante: prendere Dante e Virgilio e metterli a zonzo per i regni ultraterreni riuscirebbe a restituire il senso ideale, religioso e filosofico dell'opera dantesca? O sarebbe una carrellata di personaggi, diavoli, effetti speciali e fuffa assortita? Questo è quello che è successo con "Watchmen": il lusso della confezione, l'attenzione anche stupida per il dettaglio, l'imitazione pedissequa per un Bignami ottuso di un libro che, idealmente (e insieme a tante altre cose), ha messo fine alla retorica dell'eroe. Ma difficilmente, a chi ha visto questo pasticcio verrà voglia di mettersi a leggere il vero Watchmen.

PS dell'8 marzo (ci sto ancora rimuginando sopra). Ho riletto quello che ho scritto, sono stato molto (troppo) duro.. Bisogna riconoscere che il regista si è impegnato in maniera maniacale per riprodurre l'atmosfera, i luoghi, le scene dell'opera originale, con risultati estetici davvero straordinari.

(scusate la lunghezza)

Bonus: qui i titoli di testa del film, forse la parte migliore.



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venerdì 6 marzo 2009

Senza titolo - 15



(Qui le puntate precedenti)

Dal basso, con gli occhi vitrei e inespressivi, la faccia rigida, i baffi paradossalmente perfetti e i vestiti firmati ma imbrattati, mi fissava il più classico esempio di giornalista zerbino delle nostre parti: uno che aveva le mani solo per fare da reggi microfono del potentino di turno e la bocca come fondina per una delle lingue slappa-deretani più formidabili del mondo libero.

Adorava esercitare la sua sopraffina arte linguistica soprattutto nei confronti di quel mezzo scimunito che faceva il sindaco. Oh, a me dei giornalisti non me ne sbatteva un cazzo. A volte mi sembrava soltanto gente che non aveva trovato di meglio da fare nella vita e sapeva scrivere solo in stile pensierino-scemo-delle-elementari: cose idiote scritte per lettori rincretiniti. Ma dovevano sopravvivere e potevo capire una certa benevolenza nei confronti di chi comanda. Quel bastardo però l’avrei impalato vivo e lasciato in pasto alle cornacchie, se solo avessi potuto. Penso che tutti quelli che erano stati a scuola nei miei anni la pensassero allo stesso modo. Ma lo stronzo non era più un problema, a meno che non gli si capitasse a portata di mascella.



In una serie di servizi per quello schifoso telegiornale che dirigeva, lo stronzo ci aveva riservato un bel maltrattamento televisivo per una settimana filata: avevamo iniziato lo sciopero a scuola per un fracco di buoni motivi. Primo, non funzionava il riscaldamento e ci gelavamo le chiappe in quell’edificio che sarebbe stato inospitale pure per piazzarci la Batcaverna. Secondo, non c’era giorno che passasse senza che le pareti scricchiolassero un pochino. Nei decenni, da quando cioè avevano intonacato le pareti nel Neolitico inferiore, si era affermata la tradizione di segnare l’allungamento delle crepe nei muri con la data: tutti eravamo convinti che quella fosse l’unico segno che avremmo lasciato ai posteri del nostro passaggio terreno.

Sempre che la scuola non crollasse prima e con noi dentro: eventualità da non escludere a priori, visto l’allungarsi prodigioso di crepe nate (e puntualmente certificate) nei primi anni Settanta.

Se tutto questo non fosse bastato: non avevamo un cortile, non avevamo un campetto, non avevamo una palestra e all’ora di educazione fisica si cazzeggiava nei bagni. Dopo una serie di lamentele del resto del corpo docente, il preside Conch’e Ginogu (era calvo come una palla da biliardo) decise di fare qualcosa per salvare dall’alcolismo i prof di educazione fisica, che ormai erano diventati clienti premium del bar di fronte alla scuola. Così fece allestire una specie di palestra in una classe dismessa: due spalliere svedesi, una corda, due materassini marci e un canestro da mini basket che i meglio informati dicevano provenire dai Giochi della Gioventù del 1954.

Il canestro – mega delusione - era solo per figura: la palestra era al primo piano, sotto altri sfaticati tentavano di fare lezione. Perciò niente palleggi per non disturbare la classe al piano terra, nessun movimento troppo brusco né salti né per non accelerare il cedimento strutturale in corso e sperimentare rovinosi salti di classe attraverso il pavimento. Dal cazzeggio in classe si era passati dunque a quello nella palestra: qualche volenteroso tentò l’approccio con le spalliere svedesi ma un giorno una si staccò dal muro e venne giù come un abete segato in una foresta del Quebec. Capimmo che anche quelle erano per bellezza e decidemmo che ne avevamo le tasche piene di quella scuola.

(15 - continua)
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